​MIA MARTINI – BIOGRAPHY  – Unofficial 

​MIA MARTINI


BIOGRAPHY 


Unofficial 

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La vita dell’artista calabrese raccontata attraverso la sua lunga e tortuosa carriera, e attraverso le sue passioni e i suoi amori. Nata il 20 settembre del 1947, Mia ha sempre espresso la sua passione per la musica anche da piccola. I primi dischi sono degli anni sessanta in cui si faceva chiamare Mimì Bertè. Ma è nel 1971 che il grande pubblico si accorge di lei grazie all’intensa interpretazione nel brano “Padre davvero…” Questa biografia è stata scritta dal biografo ufficiale di Mia: Menico Caroli (tratta dal sito musicaitaliana.com).

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Il periodo discografico come Mimì Bertè (19491969)

L’approdo al mondo della discografia ufficiale – per la giovanissima Domenica Berte’, detta Mimi’, nata a Bagnara Calabra il 20 settembre 1947 – si era rivelato tutt’altro che esaltante. Gia’ nota nelle Marche come bambina prodigio (e infatti la sua prima partecipazione radiofonica risale al 1953, quando venne scelta fra le alunne della Scuola elementare di Porto Recanati per cantare in diretta nazionale una Ninna nanna al Bambino Gesu’) ed ancora di piu’ come solista nelle feste di piazza, la piccola Berte’, nell’inverno  del ’60, sali’, accompagnata dalla madre, sul direttissimo Ancona-Milano, decisa ad ottenere il suo primo contratto discografico. Ma la delusione, in quel freddissimo giorno di permanenza a Milano, fu cocente. Scioccante per i suoi ingenui sogni di bambina. Senza aver prima fissato un appuntamento, nessuna delle case discografiche interpellate le concesse la possibilita’ di realizzare un provino. E a nulla servi’ il fittissimo curriculum vitae sottoposto all’attenzione delle segretarie incontrate nel corso di quella assurda giornata milanese: due piazzamenti d’onore al “Festival del dilettante”, centinaia di serate come vocalist della band “La Mela”, un gruppo abbastanza noto nell’anconetano, e un repertorio di oltre sessanta canzoni italiane e inglesi. Niente. Nessuno aveva deciso di darle retta. Cosi’, nel giro di poche ore, quella manciata di “no” era stata sufficiente a spezzarle il cuore e a suggerirle che forse sarebbe stato meglio ridimensionare ogni ambizione. L’indomani, tre le sette e le otto del mattino, era ormai giunto il momento di ritornare a casa, quando, al bar della Stazione centrale di Milano, un’ultima scorsa veloce sull’elenco telefonico della citta’ le permise di notare il recapito del maestro Carlo Alberto Rossi, proprietario e fondatore della casa discografica Car-Juke Box. «Mi disse se ero matta a tirarlo giù dal letto a quell’ora. Io gli raccontai quello che era accaduto il giorno prima e come poche ore fossero bastate a spezzare le mie speranze. Così, lo implorai di farmi un provino». Si dice che il Maestro, pur di liberarsi di quel marmocchio che aveva osato svegliarlo cosi’ presto, decise di fissarle un’audizione per la stessa mattinata. «Mi raggiunga in via Barletta – concluse il maestro – ma adesso mi lasci dormire…». Detto, fatto. Nella saletta delle audizioni, madre e figlia furono accolte dal pianista Maraviglia, che a quei tempi era l’accompagnatore di Luciano Tajoli. «Vediamo cosa sai fare» esordì Rossi. E così la piccola Mimi’ Berte’ ebbe finalmente l’occasione di esibirsi dinanzi a un vero discografico. Poche ore dopo era gia’ pronto e firmato il suo primo contratto di collaborazione con l’azienda discografica gestita dal maestro Rossi: un periodo di prova come vocalist in un importante locale di Rimini, il “Whisky-Juke Box” e, a seguire, il vero e proprio battesimo discografico. «Ce ne sarebbe voluto di tempo prima di arrivare, ma mentre il treno mi riportava ad Ancona sognavo ad occhi aperti. Vedevo grandi titoli sui giornali, migliaia di ammiratori che mi attorniavano, i muri tappezzati di manifesti con la mia immagine. Toccavo il cielo con un dito…». L’esperienza riminese si rivelo’ esaltante, al punto che, nell’autunno del ’63, Rossi la ritenne finalmente idonea per la sala d’incisione. «Questa è Mimì Bertè» recitava la scritta stampata sulle copertine dei suoi primi dischi, annunciando la nascita di un piccolo grande talento. Lontani dal resto del mondo e I miei baci non puoi scordare, traduzioni di due brani esteri tratti dal repertorio di Steve Lawrence, Eydie Gorme e Johnny Tillotson, furono i titoli inclusi nel suo primo 45 giri. La promozione fu affidata ad alcuni importanti rotocalchi. Il primo ad accogersi di lei fu il settimanale Bolero film, che il 10 novembre 1963 segnalò l’uscita del suo primo disco, definendola «un’esordiente destinata a esplodere entro l’anno». Il secondo singolo comprendeva un brano tipicamente adolescenziale, Insieme (televisione con mamma e papa’), tratto dal repertorio di Billy Fury, e la sua prima incisione in lingua inglese, Let me tell you, una prova particolarmente impegnativa per un’interprete di appena sedici anni, nella quale il critico di Tv Sorrisi e Canzoni intravide «uno stile incisivo e graffiante, da futura leonessa». L’inedita You are my boy, lanciata pochi mesi dopo al “Cantastampa”, una rassegna non competitiva in cui cantanti esordienti o già affermati interpretavano canzoni scritte esclusivamente da giornalisti, con l’apporto musicale di noti compositori, le permise di farsi ulteriormente notare dalla stampa nazionale, malgrado il testo, decisamente orrendo, della canzone in concorso. La piena affermazione coincise con l’incisione del suo terzo 45 giri, lanciato dal brano Il magone, un lento twist scritto da Rino Icardi e Gianni Guarnieri, pubblicato nel maggio del ’64, a seguito della vittoria conseguita al “Festival di Bellaria”, gia’ trampolino di lancio per Gianni Morandi. Dopo pochi giorni, la famosa rubrica della Rai, “Tv 7′, le dedico’ il primo servizio televisivo della carriera, dal titolo “Voglio essere un cantante!”. L’idea di farle incidere un primo 33 giri fu la conseguenza di un successo cosi’ rapido e inaspettato. Ma qualcosa impedi’ la realizzazione dell’ambizioso progetto. Fu cosi’ che le canzoni destinate all’album, gia’ registrate, finirono in archivio, dimenticate per anni. Questi i titoli: Come puoi farlo tu, firmata dalla stessa Berte’, Evviva il Surf, un brano tipicamente estivo da gettonare sulle spiagge, La prima ragazza, dai toni prettamente adolescenziali, Mi dicono, che secondo la critica è l’inedito che avrebbe preannunciato fra le righe le potenzialità della futura vocalist di razza, e la ritmata Samba d’una nota. Come chicca finale, un bellissimo medley fra i brani Solai, gia’ nota nell’interpretazione di Johnny Dorelli, un classico come Desafinado e la scanzonata Ombrello blu. Dopo un ulteriore lancio promozionale, favorito dalla pubblicazione di un servizio fotografico di moda realizzato assieme a Don Backy, il battesimo ufficiale sul piccolo schermo coincise con la partecipazione a “Teatro 0′ e a “Studio uno”, i varietà più seguiti dei sabato sera televisivi.

Per l’occasione, incise due nuove traduzioni di brani esteri di successo: Ed ora che abbiamo litigato, un vivace surf d’importazione, adattato all’italiano da Gian Pieretti, accoppiato a Non pentirti dopo, traduzione della famosa Chain Gang di Sam Cooke. La partecipazione alla “Ribalta per Sanremo”, una rassegna di voci nuove paragonabile all’odierna “Sanremo Giovani”, avvenne poco tempo dopo e rimase nella memoria della protagonista per un aneddoto tragi-comico, raccontato dalla stessa Mimi’ in un’intervista di qualche anno dopo. «Durante la manifestazione mi innamora di Leo Sardo, un giovane cantante che partecipava con me al concorso. Ero entrata in finale e perciò c’era un premio anche per me. Quando venni chiamata sul palcoscenico per ritirare il premio io non mi presentai e Carlo Alberto Rossi dovette salire sul palco a ritirarlo per me, giustificandomi in qualche modo: disse che ero svenuta. Invece ero andata a passeggiare sul lido con Leo Sardo, mano nella mano come gli innamorati di Peynet, dimentica di tutto. Quando tornai, Carlo Alberto Rossi, furente, mi mollò un ceffone. Ma non era capace di essere cattivo e vedendo che ero scoppiata in lacrime mi portò, per consolarmi, a mangiare la pizza». Questo episodio non la privò dell’entusiasmo e, a dicembre dello stesso anno, partecipo’ al “Festival di Malta”, l’ultimo concorso sostenuto sotto la direzione artistica del maestro Rossi. La popolarita’ raggiunta negli ultimi anni era svanita con la stessa velocita’ con cui era arrivata. «Avevo notato – ricorda Rossi – che non riuscivo a gestirla come meritava. Il ruolo di ragazzina yé-yé non le si addiceva, perché la sua vocalità possedeva qualcosa di palesemente drammatico già da allora. Coniugare questa sua magnifica peculiarità con le esigenze della moda canzonettistica dei giovani era decisamente arduo. Così le nostre strade si divisero». Il cambio della casa discografica (era nel frattempo passata alla Durium) non opero’ mutamenti significativi e, cosi’, anche l’unico 45 inciso per questa etichetta si rivelo’ un fiasco, malgrado la validita’ della canzone di punta: quella Non sarà tardi, che Alberto Testa aveva adattato all’italiano da un originale di Tony Hatch, intitolato Call me. Una possibilità di riscatto sembro’ arrivare nella primavera del ’66, quando la cantante si preparo’ a incidere un brano gia’ scartato da altri interpreti, Ridera’, poi ceduto a Little Tony e trasformatosi in un enorme successo discografico. La delusione le consiglio’ una fase di silenzio che duro’ fino al 1968, quando, più consapevole sulla strada da percorrere, decise di riprovarci con una formazione artistica a tre, formata assieme alla sorella Loredana e all’inseparabile amico-fratello Renato Zero. «Io, Loredana e Renato in quel periodo abbiamo condiviso tutto: dai sogni alle speranze, alle disillusioni di un mondo difficile come quello dello spettacolo. Ricordo che una volta credevamo di aver trovato la strada giusta per fare i dischi e sperare in un successo. Eravamo riusciti a incontrare un produttore discografico che era interessato a noi (in realtà si trattava di un’elegante e gentile signora che organizzava anche spettacoli per la tv italiana). Ci credeva a tal punto che per alcuni giorni ci aveva sistemati presso un elegante albergo alle spalle del Duomo e vicinissimo alla Galleria del Corso, che all’epoca raccoglieva tutta l’organizzazione discografica milanese. In attesa di avere un incontro con i dirigenti di qualche casa discografica, la signora ci teneva tutto il giorno segregati in questo hotel. Non è che non ci mostrava agli altri per il timore della concorrenza. Il fatto è che la signora, pur gentilissima, si vergognava a farsi vedere in giro con noi; perciò noi passavamo tutto il giorno al bar dell’albergo, chiacchierando con i clienti “normali”: tutta gente con giacca e cravatta, per intenderci… In più, non avevamo una lira e, per evitare di saltare i pasti, era importantissimo aspettare il rientro della produttrice. Sapessi quanti pasti, noi così giovani, magri e affamati, abbiamo saltato… Il nostro motto era veramente “tutti per uno” e così, quando Loredana fu convocata da un fotografo per posare al salone dell’automobile a Torino, ci imbarcammo tutti e tre per Torino. Non vi dico i battibecchi con i soldati che viaggiavano nel nostro vagone… Renato è rimasto, col tempo, l’artista che conoscevo allora. Anche all’epoca scriveva canzoni, aveva un suo mondo particolare e viveva coerentemente con la sua personalità. Era ed è un “animale da palcoscenico”, col vantaggio che ora lo sanno tutti in Italia e lo apprezzano. Lo stimo e lo amo; potremmo anche discutere violentemente, ma (se poi me lo chiedesse) andrei di corsa in sala a fare i cori per le sue canzoni, così come abbiamo 4fatto tante volte nella nostra comune esperienza di amicizia e lavoro». Nel 1969, accantonata l’idea del Trio e ormai scaduto il contratto triennale con la Durium, si lego’ a una piccola etichetta milanese, la Esse Records, per la quale incise due brani scritti da lei stessa in collaborazione con giovani musicisti di allora: Coriandoli spenti e L’argomento dell’amore, la cui pubblicazione era prevista per l’autunno. Ma i problemi giudiziari che la cantante dovette superare nell’estate del ’69 (ben quattro mesi di carcere per un quarto di spinello, che, si disse, qualcuno le aveva infilato nella borsetta) convinsero i discografici ad annullare ogni progetto e a strapparle il contratto discografico. Superata la crisi, si trasferi’ a Roma, dove inizio’ a frequentare un ambiente più stimolante, che le permise di entrare in contatto con i musicisti più geniali della Capitale. L’incontro piu’ importante, soprattutto dal punto di vista umano, fu quello con Toto Torquati, un eccellente pianista e organista, cieco dalla nascita, assieme al quale inizio’ a esibirsi come cantante solista. «Fu allora – ricorderà anni dopo la cantante – che iniziai a interpretare i brani che piacevano a me, dato che ero una ragazza qualsiasi che cantava per il gusto di dire qualcosa attraverso la musica che sentiva più congeniale». Nacque cosi’ la formazione domenica; e toto torquati trio, che inizio’ a girare l’Italia con un repertorio incentrato sul fior fiore della musica internazionale: Beatles, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Aretha Franklin e soprattutto Etta James, che le ispirava sempre la stessa visione. «Sognavo di cantare con la sua voce davanti ai dirigenti discografici e questi impazzivano per me…».

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Nasce’ Mia Martini (19701975)

“Ma i sogni (non) sono solo sogni”, diversamente da quanto declamava in “Vedrai vedrai” il buon Luigi Tenco, che pure di Mimi’ era stato uno degli artisti piu’ amati. E infatti, proprio quando lei aveva ormai deciso di continuare a cantare per il solo gusto di piacere a se’ stessa (nel ’70, ben due erano state le case discografiche che le avevano cosigliato di “cambiar mestiere”), il magico incontro con Alberigo Crocetta le cambio’ radicalmente la vita, trasformandola in vedette internazionale. Internazionale come quel nome d’arte (Mia Martini, appunto) che Crocetta le impose, tuonando: “Non vorrai mica continuare a farti ridere dietro con quel Mimi’ Berte’, nome da diva d’avanspettacolo!”. E prosegui’ con una risoluzione a suo dire geniale: “Sarai “Mia”, come Mia Farrow, e “Martini”, come il nome italiano piu’ conosiuto all’estero. L’importante, per Crocetta, era che nome e cognome avessero la stessa iniziale: lo aveva preteso per Patty Pravo e, adesso, lo pretendeva anche per quella stralunata ragazza vestita di pianto, che, salita sulla pedana del Piper 2000 di Viareggio, lo aveva conquistato con quel suo canto potente e rabbioso, dolce e vellutato da far invidia alle Sirene di Ulisse. A quel punto, il contratto con la Rca fu quasi una formalita’, coronato – pochi giorni dopo – dalla registrazione di un Q-disk (una sorta di mini LP, formato da quattro brani) di covers tratte dal repertorio dei Beatles e della James Gang. Un colpo al cuore, a risentirlo oggi. Un lavoro incredibile, per lo meno quanto la decisione dei discografici di congelare il master, per recuperarlo in tempi “piu’ opportuni”. A trent’anni di distanza, il nastro in questione e’ ancora lì, assieme a decine di analoghi inediti chiusi in un archivio a dirci: “Per voi che avete amato un’artista cosi’ grande, la punizione sara’ doppia. Prima l’avete persa e ora ve la neghiamo, per il solo gusto di dire: “Ragazzi, la maledizione continua!”.

E intanto lei, che a quel nuovo nome d’arte iniziava pure ad abituarsi, si aggiudicava a Viareggio il primo “Festival d’avanguardia e nuove tendenze”, con una canzone, Padre davvero, che, se fece inorridire i bigotti censori di mamma Rai, conquisto’ il favore della critica piu’ accreditata, spalancandole le porte del “Cantagiro”. Un attento Lucio Battisti la scritturo’ per l’unico suo speciale televisivo trasmesso dalla Rai negli anni Settanta: fu in quell’occasione che la cantante ebbe il suo primo contatto con Bruno Lauzi, raffinato cantautore genovese, destinato a divenire l’autore dei testi piu’ importanti della sua carriera. L’incisione del primo album, Oltre la collina, avvenne nell’autunno del ‘7 e, fra i vari meriti, ebbe anche quello di metterla in contatto con un giovanissimo Claudio Baglioni, autore di canzoni disperatissime, come Lacrime di marzo e Testamento, ma anche foriere di speranza come la stessa title-track, Oltre la collina, e Gesu’ e’ mio fratello, titolo scelto come lato di punta del suo secondo 45 giri. Intanto, i problemi insorti tra Crocetta e Melis, l’anima della Rca di allora, ruppero come d’incanto l’idilliaco rapporto di collaborazione tra la cantante e la casa discografica romana. Ma Crocetta esercitava su di lei un ascendente particolare e separarsi non sarebbe stato possibile. Cosi’ la Martini decise di seguirlo alla Ricordi di Milano, accollandosi le conseguenze della sua prima causa con la Rca. Causa che si rivelo’ pesante, anche in virtu’ dello straordinario successo che Mia conquisto’ nella nuova casa discografica, dove un ambiente artistico stimolante, unito ai buoni consigli del direttore artistico Gianni Sanjust, prepararo’ le basi del suo periodo discografico piu’ felice. Le vittorie si susseguirono l’una dopo l’altra: Piccolo uomo le fece vincere il Festivalbar del ’72, triplicando il numero dei fans. Donna sola – piccolo gioiello blues, interpretato con rabbia, dolcezza e dolore – la proclamo’ regina del Festival di Venezia. Nel mondo una cosa, il suo album piu’ bello in assoluto, le assicuro’ il “Premio della critica discografica”, tra covers di brani esteri e originali tricolori, come l’intensa Amanti e la crepuscolare Tu che sei sempre tu.

Il ’73 non fu meno ricco di soddisfazioni. La nuova vittoria al Festivalbar, con la struggente Minuetto, le concesse un primato a tutt’oggi insuperato: l’essere stata l’unica interprete femminile ad aver vinto la rassegna canora estiva per due edizioni consecutive. Altrettanto fortunato fu l’album Il giorno dopo, il suo inno alla speranza, infarcito di canzoni stupende e poco note, come Bolero, Dove il cielo va a finire, Il guerriero e La malattia, una delle prime canzoni italiane dedicate al tema della tossicodipendenza.

Nella tavernetta di Dario Baldan Bembo, nella primavera del ’74, in un’allegra serata fra amici, nacque testo e musica della raffinata Inno, brano di punta del suo nuovo 45 giri, nonche’ incipit dell’album E’ proprio come vivere, registrato a Milano con gli Expo 80. Furono anche anni intensissimi dal punto di vista delle incisioni in lingua straniera: Nel mondo una cosa venne tradotto quasi integralmente in spagnolo assieme al piu’ recente Minuetto, che Mia aveva gia’ lanciato in Francia, grazie a una meravigliosa traduzione, intitolata Tu t’en vas quand tu veux. Fu in quell’occasione che la stampa francese la saluto’ come “la nuova Edith Piaf venuta dal Paese del sole”, mentre la stampa italiana, avvezza al pettegolezzo piu’ bieco, al massimo le dedicava le copertine dei rotocalchi scandalistici come “la rivale di Orietta Berti”. Molte di piu’ furono invece le canzoni registrate in lingua estera, destinate a rimanere inedite: Femme seule (in francese), You are so sweet, Jesus my dear brother (in inglese), Auf der Welt (in tedesco), per citare solo i titoli piu’ belli.

Nel ’75, la vittoria al referendum di Tv Sorrisi e canzoni “Vota la voce” – anche in virtu’ della partecipazione allo spettacolo televisivo “Compagnia stabile della canzone” – la confermo’ nel ruolo di “cantante piu’ popolare dell’anno”, assieme a Claudio Baglioni. Invece, il “Premio della critica internazionale” di Palma de Majorca, conferitole per il brano Nevicate, volle omaggiare la “qualità” (proprio questa era la motivazione che appariva sulla targa del premio) del suo album piu’ recente: quel “Sensi e controsensi”, lanciato nel gennaio del ’75 dalla suggestiva Al mondo, e giudicato dalla stessa Mia come “l’album piu’ bello e raffinato, almeno dal punto di vista della resa sonora”. La rottura con la Ricordi risale all’autunno del ’75 e fu la conseguenza della poco felice commercializzazione dell’album Un altro giorno con me. Pochissime canzoni, fra quelle veramente amate dalla cantante, finirono in quel lavoro, tra cui Questi miei pensieri, ispirata a “La luna e i falo'” di Cesare Pavese, e Veni sonne di la muntagnella, una dolcissima ninna nanna di Bagnara calabra, suo paese d’origine. L’inserimento di tutte le altre erano invece il frutto dell’assurda filosofia sostenuta dai suoi discografici di allora, i quali le imposero di incidere solo canzoni prodotte dalle edizioni musicali interne alla Ricordi. Finirono cosi’ in archivio brani stupendi, come Eppure stiamo insieme e Aiutami, mentre autentici capolavori del kitch le venivano imposti dall’alto per la promozione discografica: prima fra tutte un’orrenda versione italiana di un brano inglese, Dancing on a saturday night, che pure recava la firma di Albertelli, che fino ad allora aveva scritto per lei alcuni dei testi piu’ intensi del suo repertorio. Lei, testarda e coerente come nessuno, resse il gioco per poco tempo, decidendo – infine – di interrompere la collaborazione con la casa discografica milanese. Fu un errore colossale (forse il piu’ grande della sua carriera d’artista), che la ridusse praticamente sul lastrico. Ad uscirne vincitrice era solo la sua dignita’ d’artista: per il resto furono solo guai e debiti…

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Dall’ Olimpico… all’ Olympia (19761979)

…per fortuna, almeno il ritorno alla sua prima casa discografica (la Rca, che la mette sotto contratto con una nuova etichetta-satellite, denominata “Come il vento”) equivale al riavvicinamento artistico con il suo autore prediletto, Dario Baldan Bembo, che premia la fiducia accordatagli dalla cantante, scrivendo un bellissimo pezzo, Che vuoi che sia se t’ho aspettato tanto, realizzato in collaborazione con Amerigo Cassella. Al meglio delle sue capacità interpretative, Mia presenta il brano al “Festivalbar” e alla “Mostra internazionale” di Venezia, ottenendo lusinghieri risultati. La canzone viene intanto esportata all’ estero e diventa My life goes on per gli inglesi e Quien lo diria per gli spagnoli.

Il singolo italiano anticipa l’uscita dell’omonimo long-playing, che per la Martini costituisce l’ennesimo tentativo di rapportarsi alle firme migliori del cantautorato italiano piu’ giovane. Infatti, sono tutti di prim’ordine gli autori che scrivono per lei. Fra gli altri: Amedeo Minghi, che le dona la ‘pirandelliana’ Ma sono solo giorni, Mango, con cui condivide la delicata Se mi sfiori, e Stefano Rosso, che scrive per lei la magnifica Preghiera, nel cui testo molti fans vedranno una sorta di testamento spirituale della cantante. Grandi soddisfazioni arrivano dall’attività in concerto. Infatti, è durante l’estate del ’76 che la Martini offre il meglio di sé in una serie di lives tenuti nei locali piu’ esclusivi della stagione. Canta “da Oliviero”, in Versilia, e bissa il successo allo “Sporting club” di Montecarlo, uno dei locali piu’ esclusivi del mondo.

Nell’autunno del ’76 e’ impegnata in una particolarissima tournée teatrale. La Rca, incoraggiata dai risultati degli spettacoli itineranti di Francesco De Gregori e il Volo, la inserisce in uno show, denominato “Trio”, assieme alla Schola Cantorum e Adriano Pappalardo. Nel frattempo, la Rai la scrittura per alcune trasmissioni di punta, dedicandole un concerto radiofonico in esclusiva, trasmesso ad ottobre dall’Auditorium di Torino. A novembre, ritorna in Francia, dove Felix Maruani la chiama per uno spettacolo televisivo di un’ora e mezza, intitolato “Recital de Mia Martini”.

Il 1977 amplia la sua fama a livello internazionale e la avvicina al grande Charles Aznavour, che le chiede di accompagnarlo in una lunga tournée mondiale conclusasi, nel gennaio del 1978, con un mese intero di repliche all’Olympia di Parigi, il tempio della canzone internazionale.

A conferma dell’enorme popolarita’ raggiunta, la Rai la sceglie per rappresentare l’Italia all'”Eurofestival”, organizzato quell’anno a Wembley, in Inghilterra. Il brano in concorso e’ Libera, di Popi Fabrizio e Luigi Albertelli, che la Martini incide assieme al gruppo vocale dei Pandemonium. I risultati dell’Eurofestival sono poco incoraggianti, ma il singolo che ne deriva costituisce un successo internazionale e viene pubblicato in tre lingue – Freedom is today, Libre e Libre comme une femme – rispettivamente per il mercato inglese, spagnolo e francese.

A meta’ anno, viene invitata in Giappone per rappresentare l’Italia al prestigioso “World popular song festival Yamaha” di Tokyo, che Mia si aggiudica con la raffinata Ritratto di donna, scritta per lei da Gigi Lopez e Carla Vistarini. Le incisioni estere non le impediscono di inserirsi nella produzione discografica italiana con l’album Per amarti, lanciato dall’omonimo brano che offre alla cantante la possibilità di dedicarsi a un’interpretazione grandiosa e particolarmente sentita. Alla realizzazione del lavoro partecipa anche Ivano Fossati, al quale Mia si lega sentimentalmente, dando vita a un’esperienza umana e artistica per molti versi straordinaria (“lo scontro tra la freccia del nord e quella del sud”, come amava definirla). Lo stesso album si apre proprio all’insegna di Fossati, che firma l’adattamento italiano di Give a little bit dei Supertramp, inciso con il titolo Se finisse qui. Vengono inoltre inserite When I need you di Albert Hammond (che diventa Se ti voglio) e la celeberrima Somebody to love dei Queen, che la Martini traduce con il titolo Un uomo per me, avvalendosi di Fossati per la registrazione dei cori. Poche le canzoni appositamente scritte per lei. La delicata Da capo, firmata da Marco Luberti e Riccardo Cocciante, non costituisce infatti una canzone in esclusiva, essendo stata incisa anche da Mina. A Fossati si torna nuovamente con Sentimento, la prima canzone che il cantautore genovese scrive appositamente per lei.

All’inizio del ’78, la Rca pubblica Incontro con Mia Martini, un’antologia che raccoglie le sue migliori incisioni del periodo 97-’77. Questo disco viene messo in commercio quando la cantante e’ gia’ ufficialmente passata a una nuova casa discografica, la Wea, dopo aver deciso di affidarsi completamente alla guida musicale di Ivano Fossati, che le permette di intraprendere un nuovo corso umano e artistico. E’ infatti Fossati ad occuparsi, con Vola, del primo singolo inciso da Mia Martini per la nuova casa discografica, mentre vari riconoscimenti vengono tributati ai due artisti per incoraggiare lo splendido sodalizio artistico. Il rinnovato entusiasmo la stimola a lavorare con serenita’ alla realizzazione di un 45 giri da utilizzare come veicolo promozionale per il lancio di Danza, l’album piu’ importante della sua carriera, scritto integralmente da Fossati. Malgrado le premesse, un lavoro così avanzato, musicalmente, non riscontra un grande successo commerciale. Osannato dalla critica, viene tuttavia rivalutato, con il trascorrere del tempo, da un pubblico sempre più ampio, che ne isolera’ gli episodi più belli, come La costruzione di un amore, canzone difficile, che permette alla Martini di misurarsi con un’interpretazione struggente.

Anche il contratto con la Wea viene interrotto, prima della scadenza naturale, a causa di gravi divergenze insorte con la direzione artistica della casa discografica. Segue una pausa durata alcuni mesi, che la porta a cercare serenita’ lontano dalle persone e dai luoghi di quella che lei stessa definisce “un’assurda professione”. “A un certo punto – dichiara – ho avvertito che le mie esigenze stavano cambiando. Mi sono chiesta: perche’ tanto correre, perche’ tanto affanno per inseguire il successo… Un aereo e una canzone, una corsa in macchina e un’intervista: tutto di fretta, senza mai avere il tempo di approfondire le amicizie. Volevo ritrovare il gusto e l’amore per la musica e, come persona, non sentirmi un pacco postale, ma una donna. Mi sono rimessa a studiare, con piu’ impegno e con maggiore consapevolezza. E ho cominciato anche a scrivere, decidendo di cantare per me stessa”.

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Capire mai… di vero in fondo cosa c’è” (19801985)

…Intanto una situazione professionale cosi’ incerta viene aggravata dalla perdita di una buona occasione artistica (rinuncia alla produzione di Pino Daniele per un nuovo long-playing) e dall’insorgere di seri problemi di salute. La formazione di noduli alle corde vocali la costringe all’intervento chirurgico e, naturalmente, a un periodo di prolungata inattivita’. La convalescenza le permette tuttavia di avere molto tempo libero da dedicare allo studio della musica e alla scrittura di nuove canzoni. Chiusa nella piccola casa di San Felicino, alle porte di Milano, la Martini si dedica alla ricerca musicale, riprendendo lo studio del pianoforte e della chitarra, con regolari lezioni di dettato, armonia e composizione. Piu’ importante ancora e’ il suo scrivere: il registrare su nastro le idee musicali che, nel frattempo, si affollano nella mente. “Dar vita e forma a una propria idea musicale – dichiara – e’ una sensazione sublime e dolce allo stesso tempo”.

La cantante e’ intanto approdata alla DROGUERIA DI DRUGOLO, una giovane casa discografica, fondata dal suo amico Roberto Galanti, che le permette di coronare un antico sogno: incidere un intero album da cantautrice, dimostrando così al buon Fossati di essere tutt’altro che “una voce senza cervello”. Con queste premesse, incide le dieci canzoni di un album tutto “al femminile”, sintomaticamente intitolato Mimi’: una vera opera prima per una “Miamartini” (proprio questa e’ la firma che la segnala nel ruolo di autrice), che si rimette completamente in gioco, scrivendosi musiche e testi che parlano di lei, donna segnata dalla vita e tornata prepotentemente alla ribalta, con forza e tenacia. “Canto per chi mi ha tradito / per chi mi ha lasciato / per chi mi ha offeso” recita una delle canzoni piu’ belle dell’album, “E ancora canto”, il cui testo gia’ accenna a quelle terribili dicerie, abilmente diffuse da persone invidiose e senza scrupoli, che stanno trasformando la sua vita in un inferno. Un giudizio su tutti riesce a definire il valore artistico di quest’album. E’ il giudizio del suo amico-autore Andrea Lo Vecchio, che una volta ha scritto: “Mimi’ e’ una donna dal mondo interiore vastissimo che, a malapena, scopri nei suoi testi, quelli che scrive lei; quasi una sorta di pudore le impedisce di esprimersi fino in fondo, creando immagini poetiche a mascherare una realta’ che e’ solo sua, che le appartiene di diritto”.

Galanti intanto sogna di farla partecipare al Festival di Sanremo, rassegna che da questo momento in poi testimonia i momenti piu’ felici della sua carriera. E’ sempre Fossati a occuparsi di lei, artisticamente, donandole la splendida “E non finisce mica il cielo”, canzone ancora oggi annoverata fra i vertici della sua produzione, che la giuria della critica premia come brano migliore della rassegna, inventando, per l’occasione, il “Premio della critica giornalistica”, oggi meritatamente intitolato “Premio della critica Mia Martini”. Sanremo getta intanto le basi per un rilancio che raggiunge il vertice nell’estate dell’82, quando, con la produzione di Shel Shapiro, Mia incide il singolo incentrato sulla canzone “Quante volte”, un soft-funky ricco d’atmosfera, alla cui incisione partecipa anche Jeremy Meek dei Live Wire e lo stesso Shapiro, come autore della musica. Proprio Shapiro si rivela una figura determinante per la realizzazione dell’album Quante volte ho contato le stelle, che la Martini incide in uno dei periodi piu’ intensi della sua carriera, partecipando negli stessi mesi alla registrazione degli album di Loredana Bertè (Traslocando) e dell’amico Mimmo Cavallo (Stancami, stancami musica). Per “Quante volte ho contato le stelle” incide, oltre a canzoni sue e di Mogol, brani di grandi cantautori come Ivano Fossati, Riccardo Cocciante, Maurizio Piccoli e Gianni Bella. Anche dal punto di vista musicale, il disco raggiunge livelli qualitativi eccellenti, grazie alla presenza di cinque musicisti fissi (Chris Whitten alla batteria, Phil Cranham al basso, Maurizio Preti alle percussioni e Karl Wallinger alle testiere), ai quali si aggiungono numerosi solisti ospiti, chiamati per personalizzare i singoli episodi dell’album. Tra i titoli musicali piu’ belli, si fanno notare le canzoni “Nuova gente”, “Solo noi” e “L’equilibrista” di Cocciante, che dipinge in modo assai efficace l’immagine del cantante sul palcoscenico. Il 1983, uno degli anni più infelici della sua carriera, inizia con la pubblicazione dell’ultimo singolo estratto dal precedente album. Questo disco ha il merito di sottoporre all’attenzione dei critici la canzone “Bambolina”, che, incentrata su un tema estremamente inquietante, la follia vista con gli occhi di un bambino, riesce ad ottenere recensioni come quella di Antonio Orlando, che sul periodico “Ciao 200′ paragona il testo di Mimi’ a “La canzone di Marinella” di De Andrè.

Malgrado tali risultati, le difficolta’ di poter lavorare dignitosamente, senza dover subire continue offese da parte di colleghi e addetti ai lavori, aumentano di giorno in giorno. E molti spiacevoli aneddoti potrebbero confermare le cattiverie gratuite inferte alla povera Mimi’ da insospettabili colleghi. Gli stessi che, presenti al suo funerale, avranno anche il tempo, tra un “mea culpa” e l’altro, di firmare autografi e rilasciare interviste. Ma c’e’ un episodio che vale la pena di menzionare su tutti. La misura dell’ostracismo attuato nei suoi confronti in questo periodo e’, infatti, testimoniata da una trasmissione televisiva: uno speciale sui vent’anni del Festivalbar, che passa in rassegna le varie edizioni del concorso, trasmettendo i filmati di tutti i vincitori. O, forse, sarebbe piu’ giusto scrivere di “quasi” tutti i vincitori, dal momento che la Martini, due volte vincitrice del Festivalbar, non viene nemmeno nominata. Guai a farlo! Al posto suo vengono citati, come vincitori dell’edizioni 1972-’73, Adriano Pappalardo e Marcella Bella, in verita’ piazzatisi al secondo posto delle classifiche finali di quegli anni. Ma si sa… il caldo gioca brutti scherzi… sia alle anime che ai cervelli. Vessata da continue cattiverie, decide cosi’ di ritirarsi dalle scene “con un addio bello e importante”. Un album curato, fatto con amore per il suo pubblico. Nasce cosi’ “Miei compagni di viaggio”, interamente registrato dal vivo al Teatro Ciak di Milano. Nel disco, compare tutto il Gotha della musica italiana (due ex-Area, Ares Tavolazzi e Giulio Capiozzo, alla sezione ritmica, Gilberto Martellieri e Ivano Fossati alle tastiere, Giorgio Cocilovo e Riccardo Zappa alle chitarre, Mimì Gates e Carlo Siliotto al violino, Claudio Pascoli al sax), più un coro d’eccezione, costituito da Loredana Berté, Aida Cooper e Cristiano De André.

La scelta dei titoli riguarda “Il pescatore” di De Andrè, “Un giorno dopo l’altro” di Tenco, “Suzanne” di Cohen, “Alice” di De Gregori, “Little wing” di Hendrix, “Señora” di Serrat, “Imagine” di Lennon, “Wuthering heights” di Kate Bush, “Big yellow taxi” di Joni Mitchell e la stupenda “Guilty” di Randy Newman. Tutt’altro che casuale e’ l’inserimento di “Ed ora dico sul serio”, che, eseguita a fine concerto, comunica al pubblico la sua vera intenzione: “ed ora dico sul serio / non vorrei cantare più / dico sul serio”. A questo punto, si allontana dalle scene per oltre un anno, facendovi una breve comparsa per onorare il contratto con la DDD e continuare a seguire i nuovi artisti lanciati da Galanti. Un’ultima possibilita’ di rilancio, siamo ormai nell’85, le viene offerta da Paolo Conte, che scrive per lei l’intensa “Spaccami il cuore”. La DDD punta molto su questa incisione, tanto da proporla (caso strano per un disco concepito come un riempitivo contrattuale) alle selezioni per il Festival di Sanremo di quell’anno. Naturalmente tutto va in fumo per i soliti, squallidi motivi. “Non vorrete mica che il palco dell’Ariston crolli” fu il commento di uno degli addetti alle selezioni. E fu cosi’ che arrivo’, puntuale, l’ennesima bocciatura. Oggi, in quanti si affannano ad osannare la raffinata ricercatezza di questa canzone! L’ha incisa recentemente Caterina Caselli, promuovendola in televisione durante una puntata del suo special televisivo “Qualcuno mi puo’ giudicare”. Introduce l’esibizione il presentatore Red Ronnie. Nessuno, ovviamente, si ricorda di dire che e’ stata Mimi’ la prima, in Italia, a scoprire e incidere questo gioiello di canzone. Intanto passano veloci, sul video, le immagini di “Casco d’oro” al fianco del cantautore astigiano. Lui suona, lei canta. “Sono un’attrice / stammi a guardare…”. Ma intanto c’e’ chi pensa a Mimi’ e alle lacrime versate a causa di quella bocciatura. Scatta infine l’applauso. A chi tributarlo?

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e oltre l’azzurro della tenda io volerò (19861995)

Ma per fortuna, il mondo dello spettacolo non e’ fatto solo di mascalzoni e facce di bronzo, calunniatori e “boia” in doppiopetto. Ci sono anche le persone cosiddette “per bene” e Giovanni Sanjust, gia’ direttore artistico della Martini ai tempi d’oro della Ricordi, e’ fra questi. Va riconosciuto a lui il merito di aver ridato voce e dignita’ a un’artista, come Mimi’, che molti, in quel 1989, anno della sua rinascita discografica, avrebbero voluto ancora evitare. Proprio come si fa con gli appestati. Tutto il resto e’ storia nota. Una canzone memorabile, come Almeno tu nell’universo, fu per lei come il sole che ritorna a splendere dopo un temporale violentissimo.Il pubblico sanremese percepì in ogni sua sfumatura la rabbia e la disperazione che ogni parola di quella canzone trasmetteva. E Mimi’ ne fu premiata. Con amore, con la consapevolezza di aver ritrovato il “suo” pubblico. Premiata come interprete dell’anno al “Tenco” di Sanremo, dall’89 al ’92 la cantante pubblica cinque ottimi album (Martini Mia, La mia razza, In concerto, Rapsodia, Lacrime), mentre rassegne jazz e apparizioni televisive le restituivano un ruolo da protagonista nel panorama, sempre piu’ ristretto, delle grandi interpreti.

Quello sanremese si conferma intanto come un palcoscenico fortunato per Mia, che grazie all’interpretazione di brani come La nevicata del ’56 (Premio della critica nel 1990), Gli uomini non cambiano (seconda classificata nell’edizione 1992) e Stiamo come stiamo (eseguita in duo, nel ’93, assieme alla sorella Loredana), rinnova il suo repertorio con classe e raffinatezza. La splendida Cu’mme, incisa con Roberto Murolo, la promuove portavoce della nuova canzone napoletana, mentre il brano Rapsodia, presentato all’Eurofestival del ’92, le fa meritare l’ammirazione della critica svedese, che la giudica “l’unica interprete di classe dell’Eurofestival”. L’ultimo, splendido album, La musica che mi gira intorno (1994) costituisce l’ennesima conferma del suo smisurato talento. Cosciente del confronto possibile, mette in gioco tutta la sua creativita’ per gettare nuova luce su composizioni gia’ assimilate dall’uditorio (la raccolta comprende re-interpretazioni della migliore canzone d’autore: da Fossati a De Andre’, da Bennato a Vasco Rossi). Un impegno arduo da cui solo i grandi, come lei, possono uscire a testa alta.

Dopo la sua morte, avvenuta il 2 maggio del ’95, i memoriali dei suoi amici (veri o presunti) si sono sprecati, contribuendo a delineare l’immagine di una donna sola, triste e sfortunata. Eppure basterebbe ascoltare anche un sola canzone, nella sua grandiosa interpretazione, per capire di quale entita’ straordinaria sia la sua eredita’ artistica, il suo essere voce dell’anima, il suo diventare voce di tutti. Voce che fu sempre d’amore. Uno dei suoi inediti piu’ belli recita: “Vivo… muoio e poi rivivo… / la mia grande vela, sola, di nuovo vola…”. A chi spetta oggi il difficile compito di onorare queste parole è difficile a dirsi. Ognuno cerchi la risposta dentro di se’. E chi ha sbagliato, rimedi. Prima che sia troppo tardi…

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Mia Martini – Unofficial site – 2006

Online dal 16 Maggio 2006

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 http://miamartinisite.altervista.org/links.htm


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